Cronaca di un abbandono: Ippica Italiana.

“Arrivare la mattina all’alba in scuderia, entrare nel box, sdraiarti sul cavallo che ancora dorme e coccolartelo. Credo che sia paragonabile solo al rapporto con i propri figli.” 
Fabio Carnevali

Capannelle, Roma 2013-2014

L’ippica italiana, fino alla fine degli anni ’80, poteva essere considerata un movimento sportivo/economico secondo solo a quello inglese. Era semplice appassionarsi ed incuriosirsi al funzionamento delle corse e questa era una qualità fondamentale per un movimento che basa il suo rientro economico sulla scommessa, quindi sulla partecipazione del pubblico. L’attuale Direttore dell’Ippodromo delle Capannelle, l’Ing. Elio Pautasso, ci ricorda come la scommessa ippica sia stata pubblicizzata l’ultima volta in televisione nel 1992 e che, attualmente, le uniche notizie relative a questo mondo si riferiscano alle corse clandestine a agli scandali legati al doping. Sono ormai vent’anni che questo sport è abbandonato ad una lenta agonia. Si è passati da una florida gestione delle corse prettamente tecnica degli ippici, ad una gestione politica, fino allo smantellamento dirigenziale definitivo e all’attuale assenza di programmazione dovuta alla gestione del Ministero dell’Agricoltura.

Un dato economico significativo è la progressione dei tagli al montepremi annuale messo a disposizione dell’ippica negli ultimi quattro anni. Dagli oltre 200 milioni di euro del 2011 ai 102 milioni del 2013. Per il 2014 è stato previsto un montepremi di 75 milioni di euro da dividere tra trotto e galoppo a fronte di un ricavo dal settore scommesse nell’anno precedente di 870 milioni di euro. E’ palese che la scommessa online, i video-poker e la scommessa su sport autosufficienti come calcio e basket siano di maggior profitto per un’agenzia di scommesse e per lo Stato. È da sottolineare, però, che l’ippica in Italia, se regolarizzata, darebbe (e dava) lavoro a più di 15 mila persone.

Allenatori come Fabio Carnevali e Fabrizio Camici si trovano costretti a doversi trasferire all’estero per poter lavorare o a veder ridimensionate, per non dire decimate, le proprie scuderie. Chi invece riesce a farcela, come Giorgio Pucciatti, è perché ha alle spalle un proprietario di scuderia che è anche allevatore e non vede l’ippica unicamente come un investimento remunerativo, ma come una passione.

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